Ettore Rosso
L'Eroe di Monterosi per rappresentare e ricordare tutti i nostri Eroi nelle Grandi Guerre.

Ettore Rosso nacque nel 1920 a Montechino di Gropparello (Piacenza), allo scoppio della guerra era uno studente del Politecnico di Milano, ma subito si arruolò volontario e venne destinato al 3° Reggimento genio. Da lì passò in Slovenia con il grado di sergente nel IV Battaglione telegrafisti, con compiti di presidio. Dopo aver brillantemente frequentato il Corso per Ufficiali di Complemento del Genio, fu nominato Sottotenente ed inviato al 134° Battaglione misto genio della Divisione di cavalleria corazzata “Ariete”, allora in fase di costituzione. L'Ariete faceva parte del Corpo d'Armata Motocorazzato (CAM) insieme alla Divisione corazzata Centauro, alla Divisione motorizzata Piave ed alla Divisione Granatieri di Sardegna. Il CAM era una delle due Grandi Unità destinate alla difesa di Roma.
Anche in onore di tutti gli altri Eroi, molti dei quali sconosciti, caduti adempiendo il proprio dovere, riportiamo la motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare di Rosso Ettore, Sottotenente di Complemento del CXXXIV Battaglione misto genio della Divisione Corazzata Ariete:
“Volontario di guerra, l’8 settembre 1943 ricevuti gli ordini di massima conseguenti la nuova situazione, senza sbandamenti morali o crisi di coscienza, sapeva distinguere immediatamente quale fosse il suo dovere. Incaricato di disporre uno sbarramento di mine ai margini di un caposaldo della Difesa Nord di Roma, si portava sul posto ed iniziava il lavoro. Avuto notizia che si avvicinava una colonna tedesca, disponeva i suoi autocarri carichi di mine di traverso alla strada per ostruire il transito. Al comandante della colonna nemica sopraggiunta, che gli intimava di liberare la strada, rispondeva di iniziativa con un netto rifiuto. Ricevuto un ultimatum di 15 minuti ne approfittava per completare lo sbarramento e far ripiegare i suoi uomini, ad eccezione di quattro volontari, su posizione più arretrata. Scaduto il termine concessogli e iniziando la colonna ad avanzare, apriva il fuoco su di essa. Constatata l’impossibilità di arrestarla col fuoco delle armi, con sublime eroismo provocava lo scoppio del carico di mine, immolando la sua giovane esistenza e distruggendo la testa della colonna nemica che, perduto il comandante, era costretta a ripiegare. – Monterosi, 9 settembre 1943”.
A Roma è stata intitolata a suo nome la caserma che è sede del Comando Genio; a Monterosi dove trovò la morte, un sacrario lo ricorda; allo stesso modo una lapide affissa sul comune di Gropparello (PC) rievoca le sue radici di Montechino.
I Soldati italiani caduti durante il fatto d'arme di Monterosi del 9 settembre 1943 furono sette: un ufficiale del Genio, quattro genieri e due cavalleggeri.
I loro nomi, oltre quello del S.Ten. Ettore Rosso, oggi ricordati presso il Sacrario di Monterosi, sono:
- Pietro Colombo (Geniere)
- Gino Obici (Geniere)
- Gelindo Trombini (Geniere)
- Augusto Zaccanti (Geniere)
- Angelo Gargantini (Cavalleggero del Reggimento "Lucca")
- Paolo Muci (Cavalleggero del Reggimento "Lucca")
INQUADRAMENTO STORICO DEL FATTO D’ARME DI MONTEROSI
DEL 9 SETTEMBRE 1943
Lo Stato Maggiore del Regio Esercito (S.M.R.E.), a partire dal 25 Luglio 1943, data in cui il quadro strategico andava completamente cambiando, dava forma a una serie di direttive che, lungi dall’individuare chiaramente “il nemico”, accentuavano la confusione dei Comandi sia di alto livello che subordinati.
La prima di queste fu l’ordine “111 C.T.” trasmesso a tutti i comandanti tra il 10 e il 15 Agosto. Successivo a questo fu la “Memoria O.P. 44” trasmessa tra il 2 e il 5 settembre ai soli comandi dipendenti direttamente dallo S.M.R.E., ossia quelli di stanza in Italia. Non si hanno copie originali della memoria, in quanto fu consegnata a mano e poi contestualmente distrutta, dopo la firma di una ricevuta. Il contenuto è stato ricavato dalle dichiarazioni dei riceventi (in particolare Gen. Beccuzzi, Comandante della Divisione Bergamo). Entrambi i documenti facevano riferimento ad una possibile aggressione tedesca (il colpo di mano che si temeva finalizzato a ripristinare il regime fascista). Non si parlava di armistizio né di ribaltamento di fronte ma si suggeriva di tenere d’occhio le truppe tedesche, di reagire solo se provocati e di predisporre colpi di mano contro depositi, autoparchi, aeroporti gestiti dai tedeschi al fine di limitarne le capacità operative. La O.P.44 dettagliava maggiormente i compiti parlando esplicitamente “di far fuori i tedeschi” impedendone il movimento e l’occupazione di territori tenuti da truppe italiane. L’attivazione di tale Memoria poteva venire solo dallo S.M.R.E., dai Comandi d’Armata o comunque essere adottati autonomamente in caso di attacchi massivi da parte germanica.
Parallelamente alle trattative armistiziali e all’emissione delle direttive suddette che, sia pure in forma larvale e confusionaria, individuavano nell’alleato germanico una sorta di forza ostile, quantomeno da tener d’occhio o “da far fuori”, le operazioni belliche contro gli Alleati continuavano in collaborazione con il Comando tedesco, specialmente in previsione di uno sbarco nella penisola.
Il 3 settembre venne firmato segretamente a Cassibile (Siracusa) l’Armistizio, per delega di Badoglio dal Gen. di brigata Giuseppe Castellano e dal Magg.Gen. Walter Bedell Smith, che prevedeva la resa incondizionata del Regno d'Italia agli Alleati e che esso sarebbe entrato in vigore dal momento del suo annuncio pubblico.
Il 5 settembre fu preparato il “Promemoria n. 1”, diretto ai Capi di Stato Maggiore di Esercito, Marina e Aeronautica e il “Promemoria n.2”, diretto ai Comandi dipendenti direttamente dal Comando Supremo (Erzegovina, Montenegro, Albania, Grecia, Egeo). Nei due promemoria si nota un tentativo di adattamento (operato dal Sottocapo di S.M. Gen. Rossi) alla mutata situazione armistiziale, ad esempio si parla di lasciar liberi i prigionieri alleati di razza bianca (trattenendo quelli di colore) al fine di non farli cadere nelle mani dei Tedeschi. Contro questi ultimi “si agirà solo nel caso che le forze germaniche intraprendano d’iniziativa atti di ostilità armata contro gli organi di governo e le forze armate italiane”. Il Promemoria n. 2 (che comunque non giungerà alle armate interessate per il sopraggiungere degli eventi) aggiungeva che “ove fossero prevedibili atti di forza da parte germanica” si doveva “procedere al disarmo immediato delle unità tedesche nell’arcipelago (dell’Egeo)”.
Quindi il Comando Supremo era già certo del ribaltamento di fronte ma nonostante ciò emetteva direttive che prefiguravano un atteggiamento bellico totalmente passivo ed attendista nei confronti delle truppe germaniche senza ordinare alcun tipo di azione aggressiva e preventiva che sarebbe stata senz’altro auspicabile ed opportuna.
Comunque, nonostante tutto, un ordine operativo esisteva, la memoria OP. 44, che poteva essere trasmesso efficacemente a tutte le unità del Regio Esercito Italiano (REI), della Regia Marina (RM) e della Regia Aeronautica (RA).
Dopo la sigla dell'armistizio di Cassibile il 3 settembre, Badoglio riunì il governo solo per annunciare che le trattative per la resa erano "iniziate". Gli Alleati, da parte loro, fecero pressioni sullo stesso Badoglio affinché rendesse pubblico il passaggio di campo dell'Italia, ma il maresciallo tergiversò. Gli anglo-americani così proseguirono con le azioni di guerra e gli aerei continuarono a bombardare le città della penisola. Nei giorni dal 5 al 7 settembre i bombardamenti furono intensi: oltre 130 bombardieri B-17 colpirono Civitavecchia e Viterbo. Il 6 fu la volta di Napoli.
Perdurando l'incertezza da parte italiana, gli Alleati decisero di annunciare autonomamente l'avvenuto armistizio: mercoledì 8 settembre, alle 17:30 nel Regno Unito (le 18:30 in Italia), il Generale Dwight D. Eisenhower lesse il proclama ai microfoni di Radio Algeri.
La frase di chiusura del proclama di Badoglio “… Esse, però, reagiranno ad attacchi da qualsiasi altra provenienza” senza citare espressamente le Forze tedesche, creò ore di confusione ed indecisione, che provocherà il caos nel Paese e costerà ad esso molti morti. L’ordine di reagire “solo se non se ne può fare a meno” fu un ingenuo ottimismo e denotava senso di sfiducia nelle nostre forze.
La notte tra l’8 e il 9 Settembre, subito dopo la proclamazione dell’Armistizio di Cassibile fu decisiva per delineare la situazione: la reazione dei Reparti tedeschi, già messi in allerta fin dal mese di agosto in vista dell’armistizio italiano, fu immediata e probabilmente inattesa; verso la mezzanotte fu chiaro a tutti che i tedeschi, lungi dal defluire verso nord, stavano muovendo a tenaglia per occupare Roma.
Duri combattimenti erano già in corso a sud di Roma nei capisaldi della Granatieri, la Piacenza era sotto attacco e in procinto di sfaldarsi, la 220^ Costiera già neutralizzata, i depositi carburante di Mezzocammino già in possesso della 2^ Paracadutisti.
Nel frattempo i telefoni dello SMRE erano diventati roventi per le tante richieste di ordini provenienti da tutti i reparti. Il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Mario Roatta pur “convenendo” mandò personalmente Utili dal Gen. Ambrosio Capo di Stato Maggiore Generale.
Intanto nella notte la situazione peggiorava fino a concludersi con l’abbandono precipitoso di Roma da parte dei Savoia e del Governo.
La difesa esterna del settore a nord di Roma era stata affidata alla Divisione di cavalleria corazzata “Ariete” ed alla Divisione motorizzata “Piave”.
Da Orvieto, Montefiascone, Viterbo e Vetralla incombeva la potente 3^ Divisione Panzergrenadiere motocorazzata tedesca. In particolare, la Divisione “Ariete” aveva provveduto a costituire i caposaldi di Manziana e Bracciano a sbarramento della Via Claudia, e di Monterosi a sbarramento della Via Cassia.
Pur nella confusione del momento, il Generale Raffaele Cadorna, comandante dell’“Ariete”, nelle primissime ore del 9 settembre ordinò l’immediato schieramento dei campi minati pianificati in corrispondenza dei capisaldi e degli sbarramenti stradali.
Erano circa le cinque del mattino del 9 settembre, quando il Sottotenente di complemento del genio Ettore Rosso, con un drappello di guastatori del 134° battaglione misto del genio della predetta Divisione e due autocarri, dopo aver schierato un campo minato in località Osteria del Fosso, risalendo la Cassia giunse a nord del caposaldo di Monterosi, dove la strada corre in prossimità delle rive dell’omonimo laghetto. Anche qui doveva schierare un campo minato a sbarramento della confluenza delle provenienze Viterbo-Vetralla e Viterbo-Ronciglione lungo le quali fin dalla notte erano state segnalate colonne della 3^ Divisione tedesca in movimento verso la Capitale.
La posa delle mine era da poco iniziata quando un motociclista segnalò il sopraggiungere di una colonna motocorazzata da Ronciglione.
La testa della colonna tedesca Kampfgruppe Grosser della 3° Divisione Panzergrenadier, forte di una trentina di carri armati e di due battaglioni di fanteria motorizzati, giunse sul luogo dove il Sottotenente Rosso ed i suoi genieri stavano posando delle mine.
Il S.Ten. Rosso, di sua iniziativa, fece disporre i due autocarri, di cui uno carico di mine, di traverso alla strada ostruendone il passaggio. Giunta la colonna tedesca sul posto, il Tenente Colonnello che la comandava ordinò di rimuovere l’ostacolo concedendo, in ultimatum, un tempo di quindici minuti.
Senza alcuna esitazione il S.Ten. Rosso fece continuare il lavoro di posa delle mine e fattasi portare una cassa di bombe a mano le distribuì ai suoi uomini. Trascorsi dieci minuti ordinò ai suoi di ripiegare su posizioni più arretrate. Egli restò sul posto con quattro volontari: i genieri scelti Pietro Colombo, Gino Obici, Gelindo Trombini ed Augusto Zaccanti, ai quali si unirono due cavalleggeri del reggimento motorizzato “Cavalleggeri di Lucca” della Divisione “Ariete”, Angelo Gargantini e Paolo Alfonso Mucci.
Allo scadere del tempo concesso, il drappello aprì il fuoco contro la testa della colonna in avvicinamento e contro alcuni pionieri che tentavano di rimuovere le mine collocate sulla sede stradale.
Giunto ormai l’avversario a contatto e constatata l’impossibilità di arrestarlo con il fuoco delle armi, eroicamente, provocò deliberatamente lo scoppio del carico di mine mentre i tedeschi si avvicinavano. L'esplosione fu tremenda, perirono Ettore Rosso, i suoi eroici sottoposti e 13 tedeschi tra cui il Comandante dell'Unità germanica. I Panzergrenadieren, perduto il Comandante, ripiegarono per riorganizzarsi e riprendersi dallo choc di questa incredibile azione.
Quando il Kampfgruppe Grosser riprese la sua avanzata verso Roma, il caposaldo di Monterosi era ormai pronto a riceverli. Il Reggimento Cavalleggeri di Lucca ed il III Gruppo del 135° Reggimento Artiglieria su pezzi da 149/19 respinsero le unità germaniche che non furono più in grado di attaccare su quella direttrice per il resto della giornata. Tra gli italiani si lamentò la perdita di 20 uomini e 4 carri armati, oltre ad una cinquantina di feriti, tra i tedeschi le perdite furono similari con qualche mezzo blindato in più andato in fiamme.
Alle 5:45 il Generale Roatta, prima di partire, emanò l’ordine operativo di spostamento delle divisioni “Ariete” e “Piave” dalle posizioni a nord di Roma in direzione di Tivoli, per evitare di esporre “città e cittadinanza a gravi e sterili perdite”, mostrando chiaramente la volontà di non resistere all'incalzante azione germanica. La Capitale rimase così sguarnita e indifesa di fronte alla 3^ Panzergrenadier Division.