Arnaldo Ulivelli
Capitano del Genio tragicamente caduto con il suo aerostato (02 giugno 1907) sulla Via Cassia vecchia (nel tratto compreso tra Piazza dei Giochi Delfici e Via Cortina d’Ampezzo).

Ulivelli, nato a Cetona nel 1871, apparteneva infatti alla Brigata Specialisti del Genio, il reparto pionieristico da cui sarebbe poi derivata parte della futura tradizione aeronautica militare italiana. Prestava servizio presso il Forte Trionfale, nella zona nord di Roma, dove si svolgevano le attività sperimentali con i palloni aerostatici. Era considerato un ufficiale preparato e prudente; quella del 2 giugno 1907 sarebbe stata la sua decima ascensione libera.
La mattina del 2 giugno si celebrava la Festa dello Statuto del Regno d’Italia, una delle principali ricorrenze ufficiali del tempo. Nell’area della Farnesina e di Ponte Milvio erano in programma cerimonie militari e la XXV Gara Generale di Tiro a Segno, alla presenza del re Vittorio Emanuele III e della regina Elena del Montenegro. Le cronache descrivono una folla numerosissima radunata lungo il Tevere e sulle alture circostanti per assistere alle esercitazioni e alle ascensioni aerostatiche.

Il tempo, tuttavia, stava peggiorando rapidamente. Alcuni giornali del giorno successivo parlarono di “cielo cupo” e di “raffiche improvvise di vento” che rendevano rischioso il decollo. Secondo ricostruzioni successive, il tenente Ubaldo Puglieschi avrebbe perfino suggerito prudenza e si sarebbe offerto di effettuare lui l’ascensione. Ulivelli però decise di partire personalmente.
L’aerostato militare del Genio era relativamente piccolo, circa 250 metri cubi di capacità, gonfiato con idrogeno. Poco dopo il decollo il pallone prese rapidamente quota sopra Ponte Milvio e venne sospinto verso le alture della Camilluccia e della via Cassia, che all’epoca erano ancora quasi interamente campagna aperta. Oggi in quell’area sorgono quartieri residenziali, ma nel 1907 si trattava di colline scarsamente abitate, attraversate da strade sterrate e linee telegrafiche.
Le testimonianze riportate dai quotidiani dell’epoca concordano sul fatto che il pallone entrò in una nube temporalesca. Alcuni osservatori dissero di aver visto “una viva fiamma” sprigionarsi dall’involucro; altri parlarono di “un lampo improvviso” seguito quasi immediatamente dall’incendio del pallone. La spiegazione più probabile è che un fulmine abbia incendiato l’idrogeno contenuto nell’aerostato. Il pallone prese fuoco in pochi istanti.
Le cronache insistettero molto sul sangue freddo di Ulivelli negli ultimi secondi di vita. Diversi giornali raccontarono che il capitano tentò fino all’ultimo di alleggerire la navicella gettando la zavorra e manovrando i comandi nel disperato tentativo di rallentare la caduta. La discesa fu rapidissima. L’aerostato precipitò nelle campagne fra la Camilluccia e la via Cassia, probabilmente nell’area dove oggi si trova Piazza Giochi Delfici.
Secondo alcune testimonianze, l’urto venne in parte attutito dalla vegetazione e da fili telegrafici che rallentarono la navicella poco prima dell’impatto. Quando i soccorritori raggiunsero il luogo dell’incidente trovarono Ulivelli ancora vivo ma gravemente ferito. Ufficiali e medici presenti alle manifestazioni accorsero immediatamente e lo trasportarono all’Ospedale San Giacomo.
La notizia dell’incidente si diffuse rapidamente in tutta Roma. Il re e la regina, profondamente colpiti dall’accaduto, si recarono personalmente in ospedale. Le cronache riferiscono che Ulivelli riuscì ancora a riconoscere i sovrani prima di morire nel primo pomeriggio, attorno alle 14:30.
La morte del capitano Arnaldo Ulivelli colpì profondamente l’opinione pubblica italiana perché avvenne in un momento in cui il volo era ancora percepito come una frontiera quasi eroica della scienza e della tecnica e il cielo rappresentava ancora un territorio quasi inesplorato. Nel 1907 l’aviazione moderna era appena agli inizi: i voli dei fratelli Wright erano noti da pochi anni e, in Italia, l’interesse militare si concentrava soprattutto sugli aerostati del Genio, utilizzati per osservazione e sperimentazione.
Negli anni successivi il suo nome rimase legato alla storia pionieristica dell’aeronautica italiana. Nel 1921 la caserma del Forte Trionfale venne intitolata a lui, mentre lungo la via Cassia fu collocato un piccolo monumento commemorativo che ancora oggi ricorda il punto della caduta. La vicenda contribuì anche a rendere più evidente, negli ambienti militari, il pericolo rappresentato dai temporali per gli aerostati a idrogeno, tema che da allora sarebbe stato studiato con maggiore attenzione.
